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BlacKkKlansman

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TRAMA
BlacKkKlansman

Sono i primi anni ’70, un periodo di grandi sconvolgimenti sociali mentre negli Stati Uniti infuria la lotta per i diritti civili. Ron Stallworth (John David Washington) è il primo detective afroamericano del dipartimento di polizia di Colorado Springs, ma il suo arrivo è accolto con scetticismo ed ostilità dai membri di tutte le sezioni del dipartimento. Imperterrito, Stallworth decide di farsi un nome e di fare la differenza nella sua comunità. Si imbarca quindi in una missione molto pericolosa: infiltrarsi nel Ku Klux Klan ed esporne i crimini. Fingendosi un estremista razzista, Stallworth contatta il gruppo e presto penetra all’interno della sua cerchia più ristretta. Coltiva anche una relazione con il Gran Maestro del Klan, David Duke (Topher Grace), che elogia l’impegno di Ron ai fini del progresso dell’America Bianca. Man mano che l’indagine sotto copertura procede, diventando sempre più complessa, il collega di Stallworth, Flip Zimmerman (Adam Driver), partecipa insieme a Ron agli incontri privati con membri del gruppo razzista, vendendo così a conoscenza dei dettagli di un complotto mortale. Stallworth e Zimmerman fanno squadra e uniscono gli sforzi per riuscire a distruggere l’organizzazione il cui vero obiettivo è modificare la propria retorica violenta per ottenere il consenso della massa.

VALUTAZIONE FILM.IT
TITOLO ORIGINALE
BlacKkKlansman
GENERE
NAZIONE
Stati Uniti
REGIA
CAST
DISTRIBUZIONE
Universal Pictures Italia
DURATA
128 min.
USCITA CINEMA
27/09/2018
ANNO DI DISTRIBUZIONE
2018
RECENSIONE
di Pierpaolo Festa

Che bello ritrovare il buon vecchio Spike Lee al cinema. Lo Spike Lee che non si vede più tanto spesso: energico, arrabbiato e con tocchi di genialità. La componente geniale che vediamo in BlacKkKlansman è il mix di toni, un uso di non poca commedia per raccontare uno dei più grandi drammi americani: l'escalation dell'odio razziale. Geniale è l'aver sviluppato la storia del film con una strizzata d'occhio al filone blaxploitation: in questo suo poliziesco Lee mette al centro un eroe afroamericano in coppia con un collega bianco uniti contro il Ku Klux Klan. Geniale è anche il collegamento di due epoche: dagli anni Settanta si vira improvvisamente al nostro presente e si torna a casa incassando un pugno allo stomaco. Lee mostra i fatti: l'America è un paese che non ha imparato dal passato, dove il cancro dell'intolleranza per neri, ebrei e omosessuali e tutto ciò che è diverso non è mai stato curato.

Sono passati due giorni da quando abbiamo visto BlacKkKlansman a Cannes (dove è stato presentato in Concorso) e le emozioni lasciate dal film crescono. Il regista torna a far brillare il cinema della stessa luce che avevano i suoi film tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta (pellicole come Fa la cosa giusta, Jungle Fever, Clockers e ovviamente Malcolm X). Forse non siamo ancora a quei livelli, ma il nuovo lavoro rappresenta comunque un riavvicinamento del cinema più efficace del regista verso il grande pubblico. Questo accade tanto nella confezione realizzata con un budget più alto rispetto ai suoi recenti standard quanto nel modo in cui racconta questa storia. Un gradino in più rispetto al già sorprendente Chi-Raq (2015) che non è mai arrivato nelle nostre sale. 

Da un punto di vista produttivo sorprende vedere il coinvolgimento della Blumhouse specializzata negli horror confezionati a dovere (film come Paranormal Activity o Scappa - Get Out) ed è un segno tangibile che il regista, quando ha a disposizione budget e visibilità (il film è distribuito in gran parte del mondo dalla Universal), riesce ancora con il suo cinema ad aprire gli occhi e la mente del pubblico. Dopo anni in cui ha denunciato l'odio razziale metropolitano, Lee affronta il Ku Klux Klan raccontandolo dall'interno, affidandosi a una sceneggiatura in cui verbalizza l'odio. Perfino i poliziotti infiltrati sono costretti a usare parole d'odio per rimanere dentro i loro personaggi ed essere credibili agli occhi dei razzisti, lo fa anche l'agente afro-americano interpretato da John David Washington, che si finge bianco quando parla al telefono con i leader del Klan di zona.
 
Lee mette in scena le origini dell'America di Trump (e a Cannes attacca il suo presidente senza peli sulla lingua), racconta le fondamenta dell'odio che si sono evolute negli Stati Uniti contemporanei. Le inquadrature finali ambientate durante l'attacco di Charlottesville ci affogano in urla, odio, morte. Non si tratta più di sceneggiatura, sono immagini vere. E fanno male. Il cinema del regista riesce ancora a graffiare, negli anni Novanta era un po' il Martin Scorsese della cultura afro-americana: BlacKkKlansman lo riavvicina a quel titolo. Sullo schermo assistiamo a un processo di cambiamento del suo modus operandi: la necessità di ringiovanirsi, a partire dal lavoro con un cast composto da attori poco più che trentenni con cui non aveva lavorato prima. Adam Driver conferma di essere uno dei volti più interessanti del cinema americano (lo ricordiamo nel bellissimo Paterson prima ancora che nei panni di Kylo Ren in Star Wars), John David Washington è la vera sorpresa del film. La scelta di affidare al figlio di Denzel Washington il ruolo da protagonista è un chiaro segno di come il cinema del regista stia cambiando tornando alle sue origini e aprendosi allo stesso tempo alle nuove generazioni.